Affettività e vocazione (4/4)

di Giuseppe Mari

 

Educare l’affettività in chiave vocazionale 

Se abbiamo consapevolezza dell'originalità etica dell'affettività umana, abbiamo consapevolezza che dentro l'affettività umana si esprime una dinamica che ha a che fare con la libertà e quindi non con dei puri e semplici bisogni ma con il desiderio. Ecco perché prima mi sono riferito criticamente alle scienze umane: la dinamica del desiderio riguarda, più che la descrizione, il riconoscimento del fine, perché è tale riconoscimento a corrispondere al dinamismo della libertà. Questo è il punto: se non si riconoscono i fini, come faremo noi a rendere dinamici i comportamenti? Ci limiteremo ad assecondarli! A Cracovia, durante l’ultima GMG, Papa Francesco è stato efficace nel denunciare la “divano-felicità” cioè la condizione di assopimento morale, a cui giustamente ha contrapposto il richiamo alla libertà, rivolgendosi direttamente ai giovani in tal senso. Credo che sia un richiamo da raccogliere, perché in un mondo che ci vuole rendere tutti quanti soggetti in cerca di compensazione, noi rischiamo di non aver più nessuna fiducia nel fatto che sia possibile “muovere” questa situazione. E perché questo mondo ci vuole rendere compensativi? Perché noi siamo la prima civiltà della storia che si concepisce come consumistica. Non ce n'è mai stata un'altra nella storia che si sia concepita così. Ma, se una civiltà si concepisce come consumistica, che cosa vuol dire? Vuol dire che bisogna incentivare costantemente il consumo perché questo si ritiene avrà una ricaduta positiva sulla produzione, attivando una dinamica nella quale tutto sembra funzionare. Secondo voi, una civiltà che si concepisce in chiave consumistica vuole che l'essere umano arrivi a governare i suoi bisogni? Assolutamente no! Vuole, al contrario, che l'essere umano, oltre che sperimentare i bisogni naturali, sperimenti anche i bisogni indotti che è esattamente quello che sta accadendo. 


La civiltà odierna corrisponde alla oralità come ne parla Freud. Come sappiamo, si tratta del primo stadio dello sviluppo psico-sessuale, correlato alla ricerca cieca del piacere. L’oralità rimanda alla prima esperienza di questo tipo: la suzione del latte materno. Ora, a noi consumare fa senza dubbio piacere, ma c'è un problema: il fatto che la logica dei consumi induce sempre più bisogni e quindi porta ad essere sempre più passivi – per questa ragione ci dà piacere, ma non ci dà autostima. Altrimenti come potremmo spiegare l’evidente degrado morale collegato all’accettazione – soprattutto da parte dei più giovani – di comportamenti di ogni tipo? Di fronte a condotte che anzitutto non evidenziano egoismo, ma autodistruzione (consumo di sostanze, abuso alcoolico…), mi chiedo e vi chiedo: com’è possibile che accadano alla generazione più istruita, più informata, con i più alti livelli di salute della storia? Rispondo: accadono perché questi ragazzi e queste ragazze hanno scarsa stima di sé, ecco perché non si custodiscono. Ecco allora che, facendo leva sulla stima di sé, noi possiamo rovesciare la situazione. L'essere umano non è indifferente alla prospettiva di arrivare a stimarsi, perché è ciò a cui – in realtà – aspira. È collegata alla prospettiva della conquista di sé a cui noi, come educatori, dobbiamo guidarlo, e in questo senso noi diventiamo dei liberatori.


Veniamo quindi all'ultimo passaggio: si tratta anzitutto di introdurre nel riconoscimento della grandezza della vita umana. Il primo annuncio che dobbiamo fare è quello della dignità umana. La mia impressione è che nel nostro mondo si stia diffondendo una formidabile trascuratezza verso questo, anche perché in chiave morale il principio che è passato è che la consensualità garantisce la moralità, per cui è sufficienti che due o più persone siano d'accordo nel fare qualcosa e questo elemento rendere buona la relazione. Ora, certamente la consensualità demarca rispetto alla violenza (come già dicevo prima), ma se ci si usa consensualmente, l’uso non cessa di essere tale per il fatto che è consensuale. Il problema è che l'uso dell’essere umano è immorale in sé, perché usarsi, usare, farsi usare, vuol dire assimilarci o assimilare alla cosa, mentre ciò che è tipico dell'essere umano è di essere un fine e non un mezzo, quindi non una cosa. Ecco perché è importante che noi annunciamo la dignità dell'essere umano, elemento che connota e qualifica l'evangelizzazione, perché il cuore dell’annuncio è quello espresso da Paolo nell’adozione a figli (Rm e Gal), quindi nell’acquisizione di una dignità. Noi non dobbiamo dare per scontato questo, per il fatto che oggi siamo istruiti, siamo informati, siamo “igienizzati” e non abbiamo problemi di rifornimento alimentare: questo non vuol necessariamente dire che siamo coscienti della nostra dignità; ho l'impressione che questa coscienza sia anzi precipitata perché i comportamenti compensativi dicono l'esatto contrario. 


Dobbiamo avere la forza di metterci di traverso rispetto a questa deriva, facendo accogliere che, se l'affettività in generale e la sessualità in particolare hanno a che fare col fatto che non bastiamo a noi stessi e quindi col fatto che noi desideriamo l'altro, il primo che ci ha attestato questo è il nostro Dio, che non ha vissuto chiuso in sé stesso come il “Motore immobile” aristotelico, la più alta espressione della teologia razionale pagana. Da qui proviene il valore della “donazione”. Provate a pensare all’apparente somiglianza tra il saggio greco e il santo cristiano. Entrambi sono chiamati al governo di sé, come dice bene 1Cor 6,12: “Tutto mi è lecito! Ma non tutto giova. Tutto mi è lecito! Ma io non mi lascerò dominare da nulla”. Ma allora dove sta la differenza? Sta in questo: il saggio pagano cerca il governo di sé per affermare la sua autosufficienza, mentre il santo cristiano cerca il governo di sé per donarsi a Dio e al prossimo – nessuno infatti può donare quello che non ha. Quindi, se veramente io devo diventare capace di donarmi a qualcuno, io devo prima appropriami di me stesso. È questo il senso profondo del confronto con le pulsioni, del confronto con i desideri secondo una logica di disciplina: è attraverso la disciplina dei comportamenti che mi approprio di me stesso. Se non mi approprio di me stesso, io non potrò donarmi a nessuno.


In questo ambito noi abbiamo alle spalle il riferimento alla purezza, che aveva una sua logica ma che esponeva al rischio di un pregiudizio di impurità sull'ambito affettivo-sessuale che è completamente improprio (perché la sessuazione è originaria e “buona” come dice Gen). Oggi però rischiamo di essere irrilevanti, tanto più che il contesto generale – in forza della dinamica compensativa – spinge all’assecondamento di pulsioni e desideri con la sola precisazione della consensualità. Ma non possiamo restare indifferenti di fronte al degrado morale in corso. Dobbiamo avere la forza di interferire con questo andazzo per richiamare la sfida della conquista di sé, la quale mette al centro evidentemente il corpo. Al centro delle varie questioni educative che si stanno esprimendo oggi e stanno spesso esplodendo c'è il corpo. Che cosa c'è in comune tra il consumo di sostanze, l'abuso alcoolico e le pratiche “adrenaliniche” dei nostri ragazzi? C'è la percezione sensoriale alterata, quindi il corpo. Perché il corpo è così problematico oggi?  Perché il corpo è stato reificato e trasformato in una cosa da usare.

Mi colpisce la tendenza sempre più diffusa a manipolare esteriormente il corpo (tatuaggi, piercing ecc.). Sappiamo che sono pratiche che, nelle società tradizionali, hanno valenza identitaria, ma perché vengono adottate nella società odierna? Forse per uscire dall’anonimato. Notate che io non sto criticando queste prassi, ma mi sto chiedendo se la loro “esternalità” non corrisponda alla reificazione del corpo: personalmente ritengo di sì. Perché non considerare che lo stesso risultato (ossia esprimere la propria originalità), potrebbe essere raggiunto lavorando sull’interiorità? Cioè educando il proprio modo di percepire, parlare, agire… Ma non è questo lo scopo che si è sempre data l’ascetica? Ecco perché è importante che noi teniamo alte le mete, che noi sosteniamo e guidiamo attraverso pratiche che appunto mettano in gioco il corpo, permettano di fare delle belle esperienze di crescita spirituale e di azione corrispondente, ad esempio di servizio caritativo o di pratica estetica (pensate al grande patrimonio che abbiamo a livello musicale, teatrale...). 

 

Vorrei terminare con una suggestione. A fine anni Quaranta, dopo l’ordinazione presbiterale e il biennio di studi svolto a Roma, il giovane Wojtyla tornò in patria dove trovò un comunismo trionfante, che godeva del consenso popolare e che stava marginalizzando l’azione educativa della Chiesa. Che cosa fece quel giovane prete? Ai sacerdoti non era concesso di praticare l'educazione dei ragazzi di cui si era appropriato il Partito. Lui allora si mise a guidare piccoli gruppi di ragazzi in montagna, ma perché proprio lì? Perché l'unico modo che abbiamo di fronteggiare l'ideologia è la realtà. L'ideologia è come una camicia di forza che viene calata sulla realtà la quale, infatti, prima o poi si ribella e se ne libera.


La mia impressione è che noi stiamo fronteggiando un'altra ideologia che non è quella comunista ma l'esatto contrario. Si tratta del liberismo il quale vuole farci credere che noi siamo liberi nella misura in cui diamo soddisfazione alle nostre “voglie”. In questo modo, in realtà, siamo infantilizzati e quindi stiamo bene ma perdiamo la stima di noi stessi. Se vogliamo in effetti guidare oltre questa ideologia dobbiamo incontrare e far incontrare la realtà, ad esempio il servizio caritativo in solido a cui ci richiama con forza Papa Francesco. La pratica regolare di questo servizio diventa oggi un formidabile vaccino anti-ideologico, perché fa scoprire a questi ragazzi e a queste ragazze che fare del bene fa bene. Ritengo che dobbiamo ridimensionare lo spazio occupato dall’animazione per introdurre esperienze concrete di servizio che possano costituire la traduzione pratica di quanto andiamo insegnando nella catechesi. Anche questa probabilmente deve essere rivisitata per rifondarla attorno a contenuti solidi e irrinunciabili (altrimenti come spiegarsi la spaventosa ignoranza religiosa di frotte di ragazzi e ragazze “sacramentalizzati”?). Ma forse il punto di partenza può essere la pratica regolare del servizio caritativo perché – come dicevo prima – è solo la realtà che può abbattere l’ideologia.


Certo, questo richiede adulti disponibili a mettersi in gioco cioè ad accostare, come fece quel giovane prete, i più giovani per guidarli nella pratica della carità, da non confondere con il volontariato. Infatti, l’atto volontario è tale perché trae origine da colui che lo compie; l’atto caritativo è tale perché trae origine dall’amore di Dio in Cristo. Il richiamo della vocazione come categoria portante della pastorale va in questa direzione. L’affettività, se siamo capaci di far cogliere che Dio ci ha amato per primo, è la grande opportunità di scoprire l’identità vocazionale della vita umana.